domenica 15 luglio 2018

XVIII Congresso Cgil: si parte!

Come ho avuto modo di accennare tempo fa, il mio rientro dall'aspettativa sindacale coincide col congresso della Cgil: un lungo percorso che ha portato la nostra Organizzazione a elaborare due documenti alternativi per i prossimi 4 anni. Ogni quadriennio infatti tutta la Cgil discute delle proprie linee e azioni per il prossimo futuro e ricambia anche i ruoli di dirigenza e le persone che li ricoprono (che non possono mai restare in carica come Segretari, cioè "ministri" o "governatori", se dovessimo fare un paragone con la politica, più di due mandati congressuali di 4 anni):  il tutto viene affidato in modo democratico al voto di preferenza dei destinatari dei programmi, cioè i lavoratori e le lavoratrici, riuniti in assemblea sindacale nel loro posto di lavoro. Meglio di così!
Del resto il sindacato non è altro che un'associazione di lavoratori con lo scopo di autotutelarsi e darsi solidarietà reciproca, quindi devono essere i soci iscritti a dover scegliere cosa li rappresenta di più tra gli indirizzi proposti: mi pare il minimo sindacale!
Entrambi i documenti ovviamente prendono le mosse da quanto è successo nei 4 anni passati e dai risultati ottenuti oppure da quanto è peggiorato ed è ancora da affrontare. Ed è proprio da questa premessa che io ho fatto la mia scelta e insieme a tanti altri delegate e delegati della Filcams, la categoria del commercio e terziario a cui sono iscritta, ho scelto di appoggiare il documento "di minoranza" intitolato Riconquistiamo Tutto, cioè quello che alla presentazione ha raccolto meno adesioni tra i dirigenti sindacali già eletti negli organi direttivi uscenti dallo scorso quadriennio, sia funzionari a tempo pieno della Cgil (come sono stata io dal 2013 a pochi mesi fa), sia in misura numericamente inferiore delegati dai posti di lavoro.
In un appello che abbiamo pubblicato on line si trovano alcune delle motivazioni di questa scelta, ma la ragione più semplice e generale è una sola: non possiamo continuare ad aspettare con rassegnazione che le cose cambino e la politica si occupi di lavoro; dobbiamo essere autonomi dalla politica e riprendere la nostra capacità di azione sindacale più arcaica e autentica e tornare a protestare e scioperare.
Legge Fornero e Jobs Act hanno cambiato il mondo del lavoro, ci siamo impoveriti e abbiamo meno diritti: la strategia usata finora non è bastata. Tutto qui.

Non amo parlare di candidati illustri o di chi sarà il prossimo Segretario Generale dopo Susanna Camusso, questo tipo di visione interessa forse di più la stampa o l'opinione pubblica, perché un leader noto è sempre una notizia; a me interessa di più capire cosa farà il prossimo rappresentante nazionale massimo della mia Organizzazione e come, entrambe cose che verranno indicate dal passaggio congressuale di base, non certo su sua iniziativa (altrimenti avremmo fondato una monarchia sindacale, no?).

La sintesi del documento che ho scelto di appoggiare individua in 10 parole d'ordine il programma che dovremmo portare avanti tutti insieme. In questo post in brevissimo parlerò delle prime 3 e di come si possono declinare per un lavoratore di Decathlon come me (per il testo integrale seguite i link sopra).

#contratto&salario
Il contratto collettivo nazionale è l'unico strumento equo e non calato dall'alto per concessione (come fanno invece le aziende) per definire diritti, regole e aumenti dello stipendio. Il nostro contratto collettivo è scaduto dal 31 dicembre del 2013 ed è rimasto fermo senza alcun avanzamento; i nuovi assunti sono i più tartassati, ma nessuno sta meglio, soprattutto dalle liberalizzazioni in poi: vogliamo tornare a chiarezza e diritti attraverso il contratto collettivo per non perdere ancora salario e potere di acquisto.

#altraEconomiaPolitica
L'Europa dovrebbe essere promotrice di pace e integrazione; dovrebbe esportare democrazia e diritti, anche per i lavoratori e le lavoratrici. Invece i sindacati europei hanno un ruolo marginale, di pura informazione attraverso i Cae e non certo una funzione rivendicativa; non esiste parità tra come si muovono le aziende per evitare tasse e costi della manodopera e come invece si possono ottenere diritti maggiori per tutti. Vogliamo tassazione giusta delle rendite e dei capitali e più potere a chi lavora in Europa.

#pensioni
La Legge Fornero è fortemente ingiusta e va abolita: non si può lavorare fino a 67 anni o per 43 anni, pensando che se l'aspettativa di vita cresce, allora si può lavorare sempre di più! Per chi è part time poi la situazione sarà tragica...

To be continued...

martedì 26 giugno 2018

Il jobs act secondo loro

Dal mio rientro al lavoro dall'aspettativa a maggio scorso ho ritrovato quasi tutti i colleghi che avevo lasciato, a parte i non pochi che si sono dimessi per fare un altro lavoro, magari più vicino a percorso di studi e aspirazioni.
Di sicuro c'è stata una contrazione delle assunzioni e l'organico si è ridotto rispetto a qualche anno fa, ma ci sono stati comunque dei nuovi ingressi.

Così, come era intuibile, alcuni dei miei colleghi più giovani sono assunti col Jobs Act, cioè con le tutele crescenti e un articolo 18 meno efficace ed esteso che si guadagna con tre anni di buona condotta e ricattabilità. I nuovi assunti in tutta la contrattazione collettiva ormai stanno pagando il prezzo della sostenibilità del turn over, infatti sono stati bersaglio dal 2011 in poi nei CCNL del terziario di tagli a permessi e ROL (commercio e turismo) e comunque dell'aumento dell'orario di lavoro settimanale (distribuzione cooperativa), facendo così scendere il costo del lavoro e ottimizzare la produttività a scapito dei carichi di lavoro e delle condizioni di sicurezza. Questi interventi, uniti alle tutele crescenti dal 2015 (che francamente senza il doping degli sgravi alle aziende non hanno nemmeno alcun senso di esistere, se pure li si giudicasse positivamente), sembrano dire ai nostri colleghi più giovani: "Dovresti ancora ringraziare: ti assumo oggi che c'è ancora l'onda lunga della crisi economica globale, vorrai mica avere gli stessi diritti degli altri!"
Questa ratio in parte viene accolta con un sospiro di sollievo da chi è già in azienda, perché le controparti riescono anche a far passare il messaggio che mantenere il "benessere" di alcuni non possa non derivare da un piccolo sacrificio dei più giovani. La frattura tra generazioni di lavoratori è stata così rafforzata, senza tenere conto degli anni di precariato che tutti a tempo debito hanno dovuto subire prima di arrivare all'assunzione a tempo più o meno indeterminato.

Ora, chiacchierando con i miei "nuovi" colleghi in giro per il negozio e la sala pause, le opinioni che ascolto sono piuttosto interessanti, non so quanto rappresentative, ma comunque degne di attenzione da parte di una delegata sindacale: secondo alcuni, non sono un problema l'articolo 18 e le tutele crescenti, perché tutto sommato il clima attuale nella nostra azienda non è così grave (non credo invece che altrove in tutte le aziende si possa dire lo stesso), ma il problema è la precarietà precedente e posteriore a quel contratto che formalmente comunque è a tempo indeterminato: prima, perché come sempre i datori di lavoro mettono alla prova capacità, resa e fedeltà dei loro dipendenti con tutti i contratti a tempo determinato possibili e immaginabili; dopo eventualmente, perché il mercato del lavoro è fermo e immobile e non si trova molto se non occasioni uniche di stage e simili...
Insomma l'articolo 18 a detta di alcuni miei contatti (non renziani, lo giuro!) è davvero un feticcio, dal momento che oltre i diritti dovrebbe esserci la condizione di esigerli, cosa che invece i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, soprattutto se giovani e formati non hanno.
Il part time, le pensioni che non ci saranno, l'incertezza di stare appesi al filo delle chiusure aziendali, il mercato del lavoro bloccato, questi sono i problemi a monte.
Contro le tutele crescenti l'unica cura sono la solidarietà e la contrattazione, anche attraverso il conflitto: quanti vecchi assunti sarebbero pronti a lottare per questo?
Se la vostra risposta è nessuno, allora hanno vinto loro, i padroni: ci hanno davvero diviso senza sforzi.

lunedì 25 giugno 2018

A proposito di Concetta Candido

Qualche mese fa sono riuscita finalmente a leggere il libro di Gad Lerner sulla storia di Concetta Iolanda Candido, che è tornata a casa qualche settimana fa dopo un ricovero di mesi nel sospiro di sollievo di una comunità intera, la stessa che lo scorso anno, nei giorni successivi al suo fatidico gesto allo sportello dell'Inps di Corso Giulio Cesare, l'aveva ignorata, sindacato compreso. Nella storia di Concetta ho trovato molto della mia esperienza quotidiana prima del rientro in azienda a maggio: Concetta è stata per anni una lavoratrice del settore multiservizi che anche io ho seguito in questi anni e il locale in cui lavorava è molto noto e applica il contratto collettivo dei pubblici esercizi, che anche ho avuto modo di seguire alla Filcams. Conosco il patronato, l'ufficio vertenze, i legali citati e tutto il contesto raccontato nel libro.
Sono rimasta molto colpita dal fatto che forse la tragedia di Concetta si sarebbe potuta evitare, se almeno una sigla sindacale avesse chiesto l'esame congiunto previsto dalla legge (l'articolo 47 della 428 del 1990), quando la sua azienda ha proceduto a riorganizzare la struttura col rientro in gestione diretta di gran parte dei dipendenti tranne il ramo pulizie, esplicitando la volontà di licenziare le 4 addette alle pulizie tra cui Concetta. Forse si sarebbe potuta contestare la procedura, chiedere che l'appaltatrice che ha poi preso in gestione il servizio di pulizie assumesse le lavoratrici già presenti, come è previsto dall'articolo 4 del contratto collettivo del multiservizi al cambio appalto, e in caso di rifiuto il sindacato avrebbe potuto chiudere con un mancato accordo e magari con una segnalazione all'Ispettorato del Lavoro.


Concetta Jolanda poteva essere una "mia iscritta", una delle delegate degli appalti che seguivo fino a pochi giorni fa, come Ada, Maria, Luciana, Mary, Stefania, Rosa e tutte le altre fantastiche donne che lavorano sodo per guadagnare troppo poco, ma fanno un lavoro essenziale di cui nessuno può fare a meno.
Poteva essere un'iscritta della Filcams a non aver ricevuto la Naspi in tempi decenti, perché la Naspi non è immediata, ha tempi lunghi e viene spesso rifiutata, non solo quando si è in malattia come Concetta, ma anche quando ci si dimette per giusta causa oppure quando si viene trasferiti.
Poteva essere un'iscritta della Filcams ad essere trasferita, esternalizzata, impoverita dai continui cambi di gestione e dai passaggi in cooperativa, fiaccata dalle condizioni salariali e materiali ai limiti della povertà: nel settore la media è di 15 ore a settimana di lavoro, con 3 ore al giorno per 5 giorni dalle 6 alle 9 del mattino o giù di lì, ma continui tagli delle ore negli anni, una paga oraria lorda di 7,21 € per livello e mansioni più diffuse e un contratto collettivo scaduto da 5 anni!
Concetta per me è diventata un simbolo al cui giudizio non riesco a sottrarmi: la sua fragilità è quella di un'intera porzione del mondo del lavoro, è la mia fragilità di lavoratrice part time della Grande Distribuzione.

Invece a Torino dopo il suo gesto estremo quasi con vergogna si è tirato avanti, perché l’understatement sabaudo non ama i gesti dimostrativi così disperati e tipici dei poveri del Sud del mondo (me li ricordo negli anni ‘80, quando ancora facevano notizia al TG1 delle 20 gli episodi di autoimmolazione col fuoco in Italia Meridionale, poi il nulla...), la città non ama ricordarsi delle periferie.
E la pietas? Non è sentimento signorile e nordico?
Lo slogan che usiamo tanto in questi mesi di tragedie dell'umanità e che condivido intimamente è restiamo umani (mi ricorda tanto quel classico homo sum, nihil humani mihi est alienum), ecco, oltre che uno slogan dovrebbe essere una prassi delle Organizzazioni al servizio delle donne e degli uomini e dei loro diritti: stare vicini agli esseri umani in questo momento storico è l'unico modo per tendere all'inclusione e all'estensione dei diritti e non solo alla conservazione dell’esistente.
Niente è peggio del professionismo senza sentimenti: quanti danni si fanno se si è persone e sindacalisti scadenti?

Forza Concetta!

sabato 2 giugno 2018

Generazione part time

Il negozio dove lavoro è aperto dal 1998 ed è stato uno dei primi del nostro marchio in Italia. Alcuni miei colleghi sono stati assunti da allora e quest'anno festeggiano i 20 anni di lavoro con Decathlon: a quei tempi venivano assunti addirittura commessi full time, cosa che già qualche anno dopo era impensabile perché la flessibilità del part time aveva conquistato tutti, nostro malgrado, e il massimo che si potesse ottenere per lavorare come addetto alla vendita erano le 24 e raramente le 30 ore settimanali. La quantità di lavoro, infatti, è stata sempre assoggettata a vari criteri aziendali come la crescita interna o la docilità, non certo al banale e oggettivo carico di lavoro e la sua distribuzione equa.
Nulla di nuovo sotto il sole, sono molte le aziende della GDO che si muovono su schemi simili, così come sono molte quelle che mostrano un atteggiamento collaborativo e friendly, ambienti dove tutti si danno del "tu" e possono fare dei feed back (critiche, commenti, contestazioni!) a tutti: capirai che democrazia!
Io che amo le parole ho sempre contestato i lessici aziendali, sin da quando ero delegata anni fa, poi come funzionaria della Cgil e infine come Segretaria della Filcams, non ho mai tollerato esuberanze e ipocrisie nelle parole di alcune "culture" e stili aziendali: per esempio non mi sono mai sentita una collaboratrice, ma una lavoratrice.

Ma tornando alla questione principale, come si vive un'esistenza con un lavoro part time? Come si fa a ottenere autonomia economica e progettare un futuro, oppure solo stare tranquilli?
Il tema non è soltanto caro alla grande distribuzione, dove comunque i minimi contrattuali sono sopra le 18 ore (salvo le aziende più piccole o le deroghe per gli studenti- lavoratori), ma coinvolge centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori nei settori del turismo e degli appalti (pulizie, custodia, vigilanza armata, mense aziendali...) e rappresenta un problema sociale rispetto al reddito prodotto, sempre troppo basso, ma anche al presente e  futuro previdenziale: come si sostiene il sistema pensionistico attuale con contribuzioni part time e precarie, magari a chiamata oppure in gestione separata o parautonoma? Che pensione avranno i lavoratori che oggi fanno un part time al di sotto del minimo contributivo, se dovranno maturare il requisito non in base alla loro retribuzione, come avveniva prima del 1993, ma proporzionalmente a quanto hanno versato all'Inps? Secondo alcuni calcoli verosimili l'assegno di pensione potrebbe essere di circa il 60% dello stipendio part time!
Non ci aspetta un futuro roseo... E le donne sono sicuramente messe peggio, intanto perché meno facilmente raggiungeranno avanzamenti di carriera, livello e paga e poi perché avranno molto probabilmente periodi di contribuzione figurativa legata alla maternità.

Ecco perché quasi tutti i miei colleghi hanno almeno un'altra attività, di solito di tipo autonomo o parasubordinato (impossibile conciliare un lavoro dipendente con le clausole elastiche e flessibili!) per provare a sbarcare il lunario e quadrare i loro conti: c'è chi si occupa di sport come allenatore, istruttore, personal trainer, maestro di sci; chi fa il fisioterapista, massaggiatore, osteopata; chi studia ancora; chi è architetto, educatore, baby sitter, etc etc.
Un mare magnum di lavoro, sacrifici, corse e tempi stretti: altro che choosy!
Le carriere discontinue e precarie sono un problema di un'intera generazione di 30/40enni, che hanno una scolarizzazione alta ma non possono nemmeno riscattare gli anni di studio a buon mercato: ci avrà pensato qualcuno?

I cosiddetti manager nella GDO non se la passano tanto meglio: di sicuro sono dei full time con dei livelli più alti di inquadramento, ma forfettizzano decine di ore mensili con responsabilità non dovute; inoltre fior di laureati in materie giuridico- economiche si ritrovano un'etichetta che parla di gestione aziendale, ma che per lo più sa di commerciale. Chissà se era quello che si aspettavano o se anche la loro corsa si è arrestata per i stessi bisogni dei loro colleghi venditori: la solidarietà non guasta mai e nemmeno la consapevolezza.

venerdì 25 maggio 2018

Diritto di sciopero

Scioperare è un diritto.

L'articolo 40 della nostra Costituzione prevede che il diritto di sciopero venga espresso secondo le leggi che lo regolamentano. Oltre a quanto previsto eventualmente dai contratti collettivi, la legge principale che determina l'incompatibilità tra diritto di sciopero e diritti altrui è la 146 del 1990, che stabilisce in quali casi un servizio pubblico essenziale non possa essere interrotto dall'agitazione collettiva per eccellenza. Questa legge ha lo scopo di tutelare e contemperare tutti i diritti in campo rispetto a quello di sciopero e riguarda ovviamente alcune tipologie di settori, stabilendo regole e limiti precisi alla proclamazione di scioperi e sanzioni alle sigle sindacali che non li rispettano: stiamo parlando di diritti prioritari come quello alla salute, all'istruzione, i motivi igienico sanitari, alcuni trasporti e la sicurezza aerea o autostradale, la pubblica sicurezza, la tutela del patrimonio artistico e culturale e così via. Infatti di solito sono coinvolti dalla definizione di servizio pubblico essenziale i siti ospedalieri, alcuni trasporti, alcuni servizi legati alle telecomunicazioni, i tribunali e gli altri servizi di pubblica utilità.

Insomma, tutto ciò che è lavoro nel settore privato e nel commercio non è affatto un servizio pubblico essenziale.

Nonostante questa semplice constatazione, negli anni sono aumentati gli attacchi portati al diritto di sciopero: ricordate la polemica mal riposta sul diritto di assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici del Colosseo a Roma? L'assemblea sindacale non è sciopero, ma si fece un clamore terribile e si decretò d'urgenza per limitare il diritto di sciopero nei settori dei beni culturali (fino ad allora era un servizio pubblico essenziale garantire conservazione e sicurezza dei beni culturali, non la loro fruibilità al pubblico).
Nei giorni scorsi è stata rivista la normativa per i trasporti, raddoppiando il periodo di garanzia tra uno sciopero e l'altro, mentre già pochi mesi prima era stata un'azienda del trasporto aereo low cost, Ryan Air, a gridare allo scandalo per l'agitazione sindacale e poi il primo sciopero italiano della compagnia.
Nella mia esperienza di funzionaria e segretaria nella Filcams non poche difficoltà si avevano con i servizi in appalto di enti pubblici e con la Commissione di Garanzia Sciopero, che però il più delle volte non avevano un bel nulla di essenziale: un conto è garantire le pulizie di un ufficio e un altro quelle di una sala operatoria di un ospedale...

Perché tutto questo astio verso il diritto di sciopero in Italia e invece tanta ammirazione da tastiera quando si parla degli scioperi francesi?
Siamo uno strano Paese: nel secondo dopoguerra abbiamo conquistato diritti sindacali e sul lavoro insperati, tanto che lo sciopero politico è praticato e ammesso da decenni (cosa non scontata, dopo gli anni di piombo e visto che in altri Paesi europei è espressamente vietato), e poi nel quotidiano ammiriamo certe prese di posizione contrarie alle agitazioni sindacali?
Lo sciopero è lo strumento principe della rivendicazione sindacale democratica, è lotta legittima e organizzata. Il sindacato non si può limitare a fare testimonianza e campagne di comunicazione, non è promotore di eventi o di informazione e cultura (non solo, insomma! A quello ci pensano già mille tecnici e consulenti che dovrebbero essere al servizio di fini superiori: non amo i tecnici, si sa!), dovrebbe essere soggetto di rappresentanza, denuncia e lotta per i diritti.

Cosa ci manca oggi nei posti di lavoro?

Quasi tutto... Lavoro sicuro e stabile, salario decente e contratto collettivo.
Pensiamoci ogni tanto: scioperare è un diritto.

lunedì 21 maggio 2018

Contratto a chiamata

Il contratto a chiamata, o job on call per gli appassionati anglofoni, o ancora lavoro intermittente per la normativa vigente, è quella forma di contratto atipico che ha fatto il suo ingresso nel mercato del lavoro del nostro Paese dalla Legge Biagi in poi, come le clausole elastiche e flessibili.
Nel commercio non è stato esplicitamente accolto dal contratto collettivo e per questo sono state giustamente molte le polemiche e i dubbi sulla legittimità del suo utilizzo nel nostro settore. Una delle aziende della GDO che ne fa uso smodato è di sicuro H&M, che come ricorderete lo scorso anno è stata protagonista della sua prima procedura di mobilità con scioperi e agitazioni in tutta Italia e pure a Torino.

Il contratto a chiamata è stato normato per la prima volta da un regio decreto del 1923 e veniva riservato ad alcuni settori residuali, includendo per esempio i commessi e le commesse dei negozi nel commercio ma nei soli centri abitati con meno di 25 mila abitanti, e stabilendo anche dei limiti di età precisi per i destinatari. La normativa successiva fino al jobs act ha definitivamente fissato i limiti di età dei possibili contraenti con quella tipologia (fino a 25 anni e oltre i 55) e le giornate di lavoro massime ammesse in un triennio, pari a 400.
In assenza di quei requisiti si deve trovare una forma contrattuale più congrua.
Il contratto a chiamata è molto utilizzato nel mondo del turismo, ma ha preso piede negli anni con alterne fortune anche in casa Decathlon...

Perché non ci piace?
  • Perché non garantisce ore di lavoro fisso e nessun conseguente reddito, né fisso né minimo, e nella maggior parte dei casi nessuna indennità di chiamata, diventando impossibile contare su quel tipo di lavoro che è però a tutti gli effetti un rapporto di lavoro attivo! Senza contare che per chi è a chiamata calcolare ferie, permessi, contributi, assegni familiari è un vero e proprio delirio da fare a consuntivo e non a preventivo...
  • Perché rende il lavoratore completamente in balia della chiamata del datore di lavoro, flessibilizzando la vita delle persone agli estremi e al punto che ormai è possibile attivare la chiamata anche via sms: uno svilimento del lavoratore!
  • Perché il lavoro richiesto nella maggior parte dei casi non è imprevedibile e flessibile come quel contratto, ma sarebbe programmabile e definibile con altri strumenti più decenti (contratto part time, per esempio): uno svilimento pure del lavoro!
Basta contratti a chiamata, contesteremo sempre la precarietà esasperata: vogliamo programmazione seria e organizzazione del lavoro: il sindacato fa questo! Quando il sindacato diventa collaborativo e si limita a ricevere comunicazioni dovute per legge e a monitorare i processi di iniziativa aziendale, non stiamo facendo un buon lavoro.
Il sindacato è rivendicazione, contrattazione, denuncia: i nuovi assunti sono già stati tartassati dal rinnovo del CCNL dal 2011 in poi (taglio dei permessi individuali per i primi 4 anni di assunzione), poi dalle tutele crescenti dal 2015, anche il contratto di lavoro intermittente mi pare troppo, no?